Oggi mia figlia avrebbe quasi 26 anni.

A 15 settimane non si sa ancora se è femmina o maschio, ma io so che è una bimba.

So tutto, io.

Milano, seconda metà degli anni ’80: io so tutto, sempre e comunque. Quando non so invento la risposta e la gente mi crede, o finge di credermi per non dovere discutere con un arrogante perfezionista.
La mia arroganza e presunzione sono, ovviamente, immotivate. Non ho raggiunto nessun traguardo in vita mia, ne ho anzi già falliti un paio e sto fallendo il terzo, la laurea in Ingegneria.
Gli amici attorno provano a parlarmi, come avevano provato i compagni di liceo negli anni prima. Al liceo mi chiedevano perché stavo nel guscio e facevo l’asociale (vero Franca?), mentre al Poli mi chiedono (Michele, Guido, quante ore di studio buttate a cercare di parlarmi?) perché non ci sto un pochino, nel guscio, invece di gettare alle ortiche tutto il lavoro fatto per arrivare fino a lì, una pseudo-brillante carriera di futuro ingegnere che può addirittura laurearsi con un anno d’anticipo.
Ma io ora vengo a Milano tutte le mattine, mi immergo nell’energia della città e mi sento vivo. Senza bisogno di studiare o passare gli esami. Ho rotto il guscio che mi ero lasciato crescere addosso per difendermi da una vita familiare…non facile e non permetterò a nessuno di costruirne un altro e spingermici dentro.
Soprattutto perché ho visto lei in facoltà, e so che lei è quella giusta.

So tutto, io.

Volo con lei, respiro con lei, mi godo il freddo pungente camminando da Piola a Piazza Leonardo nelle mattine inizio inverno, ingoiando le Fisherman’s Friends Extra-Strong tra una Borocillina e l’altra per fare finta di non avere il mal di gola pur di vederla. Peccato che lei non mi parli nemmeno, ma tanto io sono meglio di tutti gli altri e di sicuro lei se ne accorgerà.

Martedì, Aula I101, lezione di Meccanica Razionale, lei mi chiede se ho una biro. Ho tutto, io
Senza respirare le do la mia Parker metallica, e con il respiro successivo la nostra storia è cominciata da sempre, durerà tutta la vita, il mondo non esiste più e ogni altro essere umano è solo un ostacolo frapposto tra i nostri corpi e le nostre menti.

E’ l’ultimo ingrediente che manca al mio io per diventare un super-io da testo di psichiatria: la mia vita passa in avanti veloce, brucio i ponti con tutti, chi non è con me è fuori. Vivo a tavoletta per mesi senza guardare non dico indietro ma nemmeno di lato: io, io e solo io, avanti e ancora più avanti, niente mi induce a rallentare per guardare con meno fretta la realtà, figuriamoci fermarmi a riflettere. Un vortice di energia distruttiva che travolge tutto comincia a formarsi attorno a me ma io non me ne accorgo.
“Quindi, dottore, non è colpa mia?” “No, ovvio, la malformazione è senza dubbio causata dalle medicine che la sua ragazza prende da qualche mese. Però, scusi, non vorrà mica dirmi che non sa che ci sono i metodi contraccettivi anche per evitare questi rischi?”

Certo che lo so. So tutto, io.

Ma a me non doveva succedere nulla perché io ho sempre tutto sotto controllo.

Le ho mentito una volta sola. E il prezzo della mia bugia non lo pago solo io: lei deve ricostruire la sua vita dalle fondamenta e nostra figlia non nascerà.

Mi sono rimesso nel guscio, un guscio senza angoli così le mie colpe non ci si possono nascondere e mi sbatteranno in faccia tutte le volte che mi muoverò.

Non ho mai più detto una bugia. Per molti anni nemmeno quelle bianche, suscitando il risentimento delle persone a me vicine che non comprendevano il mio atteggiamento intransigente e mi giudicavano come minimo insensibile, ma spesso molto peggio crudele. Io però proiettavo solo all’esterno la punizione quotidiana che mi ero auto-inflitto: fine pena mai.

Non so più niente io, e va bene così.

Non so cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente, e non mi interessa nemmeno. Sono 26 anni che devo fare i conti con questa cosa e ieri due persone mi hanno fatto capire che era giunta l’ora.

Grazie Chiara, grazie Silvia: mi avete fatto inconsapevolmente un enorme regalo obbligandomi ad aprire una porta che facevo finta che non fosse li.

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